Che noia ragazzi. Ogni tanto, quando ci penso, mi viene la depressione. Io vivo in un paesino in montagna che annovera ben otto abitanti. Ho una certa età e avendo fatto per tutta la vita il giornalista mi è rimasto il vizio di voler essere informato. La televisione non mi piace e i telegiornali sono insopportabili, anche quando, per eventi assolutamente fortuiti, sono costretti a scrivere la verità. Affidarmi all’informazione che arriva con internet, come fanno i giovinastri oggi, è peggio che darsi delle martellate sugli zebedei. Raggiungi la verità più facilmente leggendo i fondi del caffè. Comprare i quotidiani, per me, vuol dire fare venti chilometri al giorno (quando sono in montagna), oppure 700 gradini (quando sono al mare). Non mi rimane che affidarmi alle versioni online dei quotidiani che non sono il massimo soprattutto per la vista.
Ma arrivo al dunque. Che noia ragazzi. I giornali ormai sono proprio brutti. Sono il meglio disponibile su piazza ma sono anche inevitabilmente brutti. Scusami direttore, non mi riferisco al Corriere dell’Umbria che è un giornale bellissimo, magistralmente diretto e con un ricco parco di collaboratori eccelsi, soprattutto il sabato. Ma tutti gli altri? Li leggete? Sono scritti male, pieni di notizie inutili e ripetitive, dimentichi del tutto di grammatica e di sintassi, una volta considerate indispensabili. Mi chiedo spesso: sono brutti e inutili per virtù propria o perché sono brutte e inutili le cose e le persone di cui si occupano? La seconda delle due. Come posso per giorni e giorni appassionarmi agli imbrogli che si aggirano dalle parti del Pandoro Balocco? Come posso pensare di vivere quotidianamente imbottito di ciò che pensano e divulgano Matteo Salvini o peggio ancora il generale Vannacci? Possibile che la mia vita debba essere condizionata da inutili editoriali che da tre anni non fanno che dibattere sull’utilità dei vaccini, problema secondo solo al livello intellettuale dei terrapiattisti? Pagine e pagine vengono riempite di incomprensibili elucubrazioni sul Mes senza che a nessuno passi per la testa di spiegare che cosa sia il Mes. E vogliamo parlare del ritorno incalzante e periodico dei dibattiti sul Ponte di Messina, opera che mai, mai, mai, lo sanno tutti, sarà realizzata?
Che noia ragazzi. Si scrivono colonne su Giambruno che va ad Atreju (e allora?), su Marta Fascina che si dichiara innamorata di Silvio Berlusconi come se fosse vivo, sulle conferenze stampa che slittano in continuazione, su calciatori che “fanno la differenza”, sul rischio che si corre a urlare alla Scala “viva l’Italia antifascista”. Tutta roba inutile che ci frana addosso non appena apriamo un quotidiano. Tutta roba inutile, comprese le 450 parole che ho appena scritto, e voi avete appena letto, sul fondamentale tema “che noia ragazzi!”
GIORGIA MELONI: LA STORIA PUÒ ASPETTARE.
Giorgia Meloni ha colonizzato la Rai. ESATTAMENTE come ha fatto tutti i partiti di destra e di sinistra prima di lei. Quindi suo diritto, quindi c’è poco da protestare. Gli unici che hanno diritto di protestare sono quelli che amano e credono in Giorgia Meloni. Lei ha perso una occasione storica. Dimostrare che Giorgia Meloni è diversa. Sembrava avesse intenzione di farlo. Ma non ce l’ha fatta. Lei è come tutti gli altri. E in più è postfascista. È come tale si comporta. Stessi slogan. Stessi comportamenti. Stesse idee. Quanto di peggio. Peccato. Sembrava che avesse intenzione di dimostrare che la destra, la sua destra, era diversa. E che potesse farcela. Invece no. Occasione persa. Per la storia l’appuntamento è rimandato.
una cara amica, anzi una vecchia amica, anzi una vecchia cara amica ( forse dopo questo incipit sarà una ex amica) ha scritto un libro molto bello. Non è il primo libro che scrive ma è secondo me il primo così bello. Si chiama “Fuori posto” (il libro, non lei). Lei si chiama Silvia Palombi ed è stata una delle prime frequentatrici nel mio ormai storico blog, quando c’erano Guasto, Welby, Ceratti e l’avv. Lina Arena. In questi giorni stiamo discutendo io e lei proprio del concetto di fuori posto. Io odio le cose fuori posto. Non il disordine. Il disordine mi piace. Ma le cose fuori posto sono sempre ordinatissime. Lo zucchero nel barattolo del sale. Le forchette al posto dei coltelli. Le mutande nel cassetto dei calzini. E cose di questo genere. A me piacerebbe per esempio che fuori di ogni cassetto ci fosse una targhetta con il nome del contenuto. E che fuori di ogni stanza ci fosse il nome della stanza, bagno, cucina, studio, salotto. Mi dicono che questo sia il principio della demenza senile. Comunque spero che il libro vada bene.
Nella polemica fra i due amici, Claudio Sabelli Fioretti e Massimo Fini, interviene sempre sul Fatto Quotidiano, Giovanni Valentini. Il Ponte sullo Stretto di Messina, almeno per ora, non unisce ma divide. Ecco il pezzo di Valentini.
È quasi commovente, a distanza di tanti anni, ritrovare su queste pagine due amici e colleghi come Massimo Fini e Claudio Sabelli Fioretti intenti a dissertare su una vexata quaestio come il Ponte sullo Stretto di Messina. Commovente e ammirevole per la passione, al limite del candore o dell’ingenuità, con cui affrontano la materia. Ma anche per il fatto che entrambi, rimuginando su argomentazioni d’antan, hanno nello stesso tempo torto e ragione. Torto nell’attaccare o difendere il progetto; ragione nell’usare motivazioni che sono state ampiamente sviscerate nell’ultimo mezzo secolo da una parte e dall’altra, favorevoli e contrari.Questo è sempre stato il Ponte della Discordia. Un sogno per alcuni, un incubo per tanti altri. E forse proprio per questo il progetto è rimasto finora sulla carta, mentre le pagine del dossier ingiallivano negli archivi parlamentari e ministeriali. Una storia infinita che ricorda quella raccontata con ironia da Andrea Camilleri nel suo romanzo epistolare La concessione del telefono, ambientato nella Sicilia di fine Ottocento.Ecco, il rischio sismico; la questione ambientale; il degrado delle coste; l’alternativa dei traghetti; le resistenze psicologiche; e naturalmente la mafia, il “regalo alla mafia”, per finire in crescendo con il “dio denaro”. Senza trascurare, com’è d’obbligo, la differenza escatologica fra il miraggio dello “sviluppo” e le suggestioni del “progresso”, alla maniera di Pier Paolo Pasolini.È stato già scritto tutto e il contrario di tutto, negli ultimi cinquant’anni, da quando il 17 dicembre 1971 fu varata una legge per il “Collegamento viario e ferroviario fra la Sicilia e il continente”. Per arrivare al parere favorevole con cui il Consiglio superiore dei lavori pubblici approvò il controverso progetto nell’ottobre del ’97. Ora Fini sceglie il momento giusto per riparlarne, “con l’avvento della destra-destra-destra” al governo e “sulla spinta di Forza Italia”, il partito-azienda guidato da un anziano tycoon che faceva affari con il Partito socialista di Bettino Craxi e intratteneva rapporti con Cosa Nostra, come documentano le carte del processo sulla trattativa Stato-mafia. Ma ha ragione Sabelli Fioretti a replicare: “Cerchiamo di combattere la mafia, ma senza affossare ciò che può essere d’aiuto all’uomo”.Suscitò un vespaio di polemiche un mio articolo intitolato “Quel Ponte della discordia bloccato dall’immobilismo”, pubblicato in prima pagina su Repubblica il 24 febbraio 1998. E mancò poco che mi accusassero di essere mafioso. Eppure, in quel pezzo avevo esaminato i pro e i contro, nel tentativo di superare i pregiudizi e le diffidenze reciproche. Fino a polemizzare anche con i Verdi e con la Cgil di un galantuomo come Sergio Cofferati.Nella dialettica manichea che spesso alimenta il confronto nel nostro sventurato Paese, l’opinione pubblica si divise in Guelfi e Ghibellini, favorevoli e contrari, come due tifoserie sugli spalti di uno stadio di calcio. E infatti, la mia replica una decina di giorni dopo s’intitolava “Buoni e cattivi tra Scilla e Cariddi”: dove i nemici del Ponte erano i buoni e tutti gli altri i cattivi. Quella che veniva evocata come “l’ottava meraviglia del mondo” si arenò così nelle sabbie mobili della politica nazionale.Nel suo articolo, Sabelli Fioretti ricorda che in Giappone, un territorio ad alto rischio sismico, il ponte Akasshi Kaikyo è lungo quattro chilometri e molti altri sono più lunghi di quello sullo Stretto. In un Paese “normale”, si aprirebbe un dibattito pubblico sui costi e benefici del progetto, sulla base di dati certi e pareri tecnici, piuttosto che sotto gli impulsi o le imposizioni governative. Ma il nostro, com’è noto, non è un Paese normale. E questo continuerà, a essere, chissà ancora per quanto tempo, il Ponte della Discordia.
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Ogni volta che viene pubblicato un articolo di Massimo Fini sul Fatto Quotidiano corro a leggerlo. Perché quasi sempre scrive cose che avrei voluto scrivere io e le scrive meglio di me. Perché Massimo Fini, lo sanno tutti, è bravissimo e non è mai scontato. Ma domenica ho letto il suo intervento sul Ponte sullo Stretto di Messina e mi sono detto: eccheccavolo, come si possono scrivere cose così generiche, errate e piene di luoghi comuni?
Ma se volete leggere tutto, compresa la risposta di Massimo Fini dovete andare a comprare il Fatto Quotidiano
Ma ormai si è fatta sera quindi potete andare anche su Facebook.
Anzi meglio ancora ecco il testo integrale.
Ogni volta che viene pubblicato un articolo di Massimo Fini sul Fatto Quotidiano corro a leggerlo. Perché quasi sempre scrive cose che avrei voluto scrivere io e le scrive meglio di me. Perché Massimo Fini, lo sanno tutti, è bravissimo e non è mai scontato. Ma domenica ho letto il suo intervento sul Ponte sullo Stretto di Messina e mi sono detto: eccheccavolo, come si possono scrivere cose così generiche, errate e piene di luoghi comuni?Sul Ponte sullo Stretto di Messina, caro Massimo, mi hai deluso.Primo argomento di Fini: non si costruisce un ponte in un territorio ad alto rischio sismico, dove un secolo fa ci fu un terremoto che causò 120 mila morti. Dice Fini che non bisogna dare retta a coloro che assicurano che saranno usate tecniche antisismiche raffinatissime. Dice che un ponte così grande non può reggere un terremoto di una qualche intensità.Non è vero. In Giappone, dove convivono con terremoti molto più intensi e frequenti dei nostri, ci sono tantissimi ponti che collegano le varie isole e che sono molto più lunghi del Ponte sullo Stretto di Messina. Il ponte Akasshi Kaikyo è lungo quattro chilometri. Collega la città di Kobe all’isola di Awaji.Iniziato a costruire nel 1988, le sue due torri resistettero al terremoto di Kobe, che colpì la zona con una intensità di 6,8 gradi Richter e fece 6 mila vittime. I lavori ripresero dopo un mese. Fu inaugurato nel 1998. Allora era il ponte sospeso più lungo del mondo.Dice Fini: “Poi ci sono gli imprevedibili che sempre assediano l’umano”. Ma gli imprevedibili per definizione non possono essere previsti. Per esempio, non si può prevedere che un meteorite possa distruggere lo Stadio Olimpico durante un derby Roma-Lazio. Che facciamo, vietiamo il calcio?Dice Fini, inesorabile: il Ponte Morandi fu costruito con tecniche avanzatissime. Ma la corrosione della salsedine lo ha fatto precipitare all’improvviso. Non è vero, non diamo la colpa alla salsedine, altrimenti tutti i ponti costruiti sul mare sarebbero crollati da tempo. La colpa è di chi doveva occuparsi della manutenzione e dei controlli e non l’ha fatto.E poi c’è la questione ambientale. Dice Fini che il Ponte potrebbe distruggere le coste come succede quando si costruisce un porto. È vero. Che facciamo? Blocchiamo tutto? O magari cerchiamo di usare tecniche più oculate, attente e meno invasive? E meno male che Fini non usa il vecchio argomento degli ambientalisti, secondo il quale il ponte e i piloni disturberebbero i viaggi degli uccelli migratori.Però usa un argomento che è anche peggio. “Il Ponte non serve né ai siciliani né ai calabresi perché per arrivare alla sua altezza ci vuole più tempo che per imbarcarsi sul traghetto”. Massimo, questo non è vero. Sembra che tu non sia mai andato in Sicilia oppure non ti sia accorto di quanto tempo ci vuole per fare attraversare lo Stretto ai treni. E quanto tempo le auto passano in fila in attesa dell’imbarco.Infine, o quasi. Dice Fini: “Ci sono anche delle resistenze psicologiche: noi siamo abituati ad avere di fronte un’isola dicono i calabresi, noi un continente replicano i siciliani” E qui un gigantesco chissenefrega si innalza dall’aere. E comunque, una sciocchezza del genere io non l’ho mai ascoltata. E io abito in Sicilia.Per concludere l’argomento principe: la mafia. Il Ponte farà arricchire la mafia. La mafia arricchisce anche adesso che il Ponte non c’è. Arricchisce con le costruzioni, per esempio. Ma nessuno si sogna di proporre il divieto di palazzina. Arricchisce sfruttando gli operai. Vietiamo alla gente di lavorare? Cerchiamo di combattere la mafia, ma senza affossare ciò che può essere di aiuto all’uomo.Massimo, io ti ho sempre seguito nei tuoi ragionamenti contro lo sviluppo sfrenato. Ma i ponti non me li devi toccare. I ponti sono un simbolo di comunicazione, di popoli che si incontrano, di civiltà che si contaminano. I ponti sono come la lingua, come la musica, come la scrittura. I ponti sono il passato, il presente e il futuro dell’uomo. Ti prego, Massimo, non ti opporre al Ponte sullo Stretto.Caro Claudio, non posso dimenticare la tua mirabile intervista, puntuale, precisa o quasi, ironica e con qualche giusta punzecchiatura, che mi hai fatto per il tuo libro Voltagabbana da cui risulta che nella mia vita io sono stato tutto (sex drugs and rock n roll) fuorché un “voltagabbana”. Né posso dimenticare le benevoli recensioni che hai fatto ad alcuni miei libri, né la rubrica su Cuore, da te diretto, che suscitò una mezza rivoluzione fra i tuoi redattori che mi consideravano ‘fascista’ e alla quale tu tenesti botta. Sono sempre stato coerente, coerente con me stesso. Una volta Paolo Liguori in non so più quale circostanza, disse che la mia era “una coerenza cretina”. Probabilmente ha ragione, ma trovo curioso che si volti la gabbana sempre a favore dei vincitori di giornata. Il “quasi” si riferisce a Claudio Martelli. Io gli sono stato amico solo nella disgrazia, mai nella fortuna. In questo seguo Fabrizio De André quando in Amico fragile canta: “Potevo barattare la mia chitarra e il suo elmo con una scatola di legno che dicesse: perderemo”.Le tue considerazioni sul Ponte di Messina appaiono argomentate in modo solido, però in chiusura di questa breve risposta ti devo ficcare, da buon scorpione qual sono, un pungiglione nel didietro. Tanti anni fa, portando in macchina tuo padre, non mi ricordo dove, lui mi disse: “Claudio è troppo interessato al denaro”. E il Ponte di Messina è solo e soltanto denaro.Affettuosamente.
Il Leone è prepotente e autoritario. Il Leone vuole essere quello che comanda, vuole essere quello che è al centro dell’attenzione, quello dalle cui labbra tutti pendono.
Non è uno stupido il Leone. Ma è insopportabile. È convinto di essere dotato di grande carisma e vuole vincere sempre, in tutti i campi. Parla sempre e non ascolta. Alla fine risulta antipatico a tutti a forza di raccontare quanto è bravo.
La compagna del Leone è una masochista. Non basta che taccia. Deve anche esibirsi in gridolini di giubilo tutte le volte che il Leone torna a casa e comincia a raccontare i suoi successi. Altrimenti è rissa. E vince sempre il Leone. Se a un Leone capita di perdere sostiene che si tratta di tattica. Una coppia Leone-Leona? La gente per strada si volta a guardarli e commenta: «Che bella coppia». Ma la vita è un inferno. La lotta fra due ego è uno spettacolo grandioso. Quando il trono è uno solo non c’è limite a ciò che si può fare per conquistarlo. È qualcosa come Orazi e Curiazi.
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Il Cancro è pazzo. E’ molto lunatico e qualcuno a volte lo scambia per rincoglionito. Un giorno è pazzo di felicità il giorno dopo è in depressione spinta. Il suo umore cambia secondo alcune alchimie interne incomprensibili e anche secondo il tempo. Le condizioni atmosferiche lo condizionano moltissimo anche quando non gli accentuano l’artrosi e il cimurro. Per questo gli uomini del Cancro impazziscono per avere il giornale fin dalla mattina presto. Prima lettura: l’oroscopo. Seconda lettura il meteo. Terza, eventuale, lettura: lo scoppio di una nuova guerra mondiale. Malinconico e allegro, ridanciano e piagnone il Cancro non sa decidersi mai su che cosa vuole. Erano del Cancro famosi faraoni e terribili dittatori. Non riuscirete mai ad afferrare un Cancro, ma anche lui ha difficoltà a definirsi. La professione perfetta per un Cancro è l’attore. Gli permette di piangere quando è allegro e lo obbliga a ridere nei momenti di maggior tristezza. L’ideale per un Cancro è avere vicino a sé una persona molto fidata che lo sorregga in tutti i momenti di difficoltà. Ma ci vuole una persona anche molto paziente perché vivere con un Cancro è una tragedia. Il suo bisogno di affetto è drammatico e se si accorge di non averne abbastanza vi strapazza e vi annienta. E se non riesce a uccidervi, diventa nevrotico. Amare un Cancro è impossibile. Ma anche odiarlo è difficile. Il Cancro, se lo conosci lo eviti. Chiedi sempre ai nuovi amici: «Sei un Cancro?» Se risponde di sì, scappa. Se non fai in tempo, cerca di fartene una ragione perché in fondo il Cancro nella sua imprevedibilità è affascinante. Quando ama è un amore. Gli piace fare regali ed è anche molto generoso. A volte approfitta di questa sua fama di imprevedibilità per torturare chi gli sta vicino tanto per vedere fino a che punto può tirare la corda. Ma quando se ne dimentica ritorna simpatico e divertente. Usa spesso la bugia ma solo a fini scientifici. Vuole vedere se riesce a fregarvi. L’unica difesa, quando si incontra un Cancro, l’attacco. Ditegli: «Sei Cancro? Anche io sono Cancro». Lui sa che cosa vuol dire e scappa. Se non scappa, piano B. Comportatevi anche voi da Cancro. Si stuferà prima lui. Quando esagera proponetegli un viaggio avventuroso. Il Cancro li odia. Preferisce passare le vacanze in località tranquille e magari a casa. Il Cancro è uno di quei cittadini insopportabili che dice: «A Ferragosto Milano è bellissima». E vi costringe a orrende e accaldate settimane sudaticce per le quali c’è solo un antidoto: passare ore all’interno di un centro commerciale con l’aria condizionata a palla. Sioluzione obbiettivamente molto fresca ma una notgevole rottura di coglioni. Però non insistete troppo a proporre al Cancro vacanze eccitanti. Il Cancro è attaccatissimo alla famiglia. C’è il rischio che vi dica di sì e poi si presenti con tutti i suoi parenti. La famiglia di un Cancro è composta generalmente di tanti Cancro. E non vi sto nemmeno a dire. Il Cancro è esponenziale. Due Cancro fanno cinque Cancro. Cinque Cancro fanno venti Cancro. Nell’aereo più pazzo del mondo erano tutti Cancro. Noè, quando invitò tutti sull’Arca di Noè per salvarli dal Diluvio Universale disse: «Tutti a bordo, tranne i Cancro». Il Cancro sopravvive solo se ha una mamma buona, una mamma che gliele dia tutte vinte. Stessa cosa con la moglie, deve stare a casa a cucinare, a preparare il bagno al suo maritino. Se per caso vi nasce un figlio Cancro siate spietati. Botte fin da piccolo. Educazione severissima. Metodo «alettosenzacena». E se vi chiama il Telefono azzurro, ditegli: «Avete tutte le ragioni ma provate a tenerlo voi una settimana». Il Telefono Azzurro dirà: “Ma perché, è un Cancro?”. “Sì”. “Picchiate, picchiate duro!” Il Cancro è pigro. Il massimo godimento lo prova quando si siede e guarda il tramonto. Vacanze preferite: sdraio e ombrellone, possibilmente sempre lo stesso ombrellone, sempre lo stesso bagno, sempre la stessa spiaggia. Il Cancro è un grande amatore. Però è eccitabilissimo. Se guarda la pubblicità di Intimo di Carinzia può avere orgasmi multipli. La ragazza che si lamenta dei pruriti intimi la usa come video porno. La sua zona erogena è quella parte del corpo che va dagli alluci ai lobi delle orecchie. Praticamente tutto.
E’ da un po’ di tempo che non si dibatte più sulla possibilità di intitolare una via a Bettino Craxi. Sembra ieri quando Alemanno, sindaco di Roma, ci provò e fu sconfitto. Ma anche a Sala, sindaco di Milano, non è andata meglio. Ci sono stati momenti in cui era diventato uno sport nazionale. In Sardegna, addirittura, a Loceri, un sindaco socialista riuscì a varare “piazza Bettino Craxi” ma poi arrivò il Pd e ribattezzò la piazza: piazza degli emigranti. E già si limitò. Poteva anche chiamarla piazza dei latitanti. Vediamo di fare il punto. Quante vie e piazze e viali si è guadagnato Bettino Craxi? Una a Montegranaro, che finisce in via Sandro Pertini, una a Sesto San Giovanni (che lo definisce anche “statista”), una a Ragusa, perpendicolare a via Palmiro Togliatti. E poi a Lissone, a Rieti, ad Aulla, a Lucca. Il sindaco di Grosseto rivendica di essere stato uno dei primi a dedicargli una piazza. Non è facile fare l’elenco completo perché molte città avrebbero voluto e non ci sono riuscite, come Cagliari, Melfi, Galatone e Firenze. Allora l’idea di oggi è questa. Vogliamo fare lo stradario Craxi? Conoscete qualche via Craxi? Qualche vicolo Craxi? Qualche lungomare Craxi? Io, nel mio piccolo, tempo fa lanciai l’idea di una tangenziale Craxi. Ma capisco: qualcuno forse l’avrebbe presa per una provocazione.
Scrivono alcuni che non si riconoscono nelle caratteristiche dei segni che vado diffondendo. Bene, sappiano che la colpa è loro. Vogliamo mettere la percezione che ognuno ha di sé con l’esattezza scientifica dell’oroscopo? L’ho già detto molte volte, l’astrologia è una scienza esatta non come la fisica o l’astronomia.
Qualcuno mi chiede anche se i ritratti astrologici valgono anche per le donne. No. Quelli pubblicati finora sono solo per gli uomini. Ma le donne non si arrabbino. Alla fine partiamo con tore, gemelle. acquarie, sagittarie et ultra. Basta attendere.
L’uomo Gemelli è un ficcanaso e un incostante. È anche un po’ imbroglione e molto bugiardo. Si sospetta che anche Pinocchio fosse un Gemelli. Se lo becchi in flagrante ti dice: «Non avevi il diritto di sapere la verità». Oppure peggio: «Che cos’è reale? Che cos’è falso?» Oppure peggio ancora: «L’oggettività non esiste». Bara alle carte ma bara male e si fa sempre beccare. È anche un po’ doubleface. Ama le donne ma si chiede: perché non gli uomini? Critica i corrotti ma non paga l’Iva. Predica l’onestà e pratica la piccola truffa. Non dice mai quello che pensa e ha una buona dose di ipocrisia. È immaturo ed è un pessimo partner. Una donna che si innamora di un Gemelli è una sfigata. Il Gemelli non solo ha il tradimento facile ma non si tiene nemmeno un cecio e racconta subito tutto, sia agli amici sia alla sua stessa donna, dalla quale vuole comprensione. Mette le corna e chiede a sua moglie di parlare con l’amante. È il tipico voltagabbana e la sua frase preferita è: «Ho bisogno dei miei spazi». Dice sempre: «Solo i cretini non cambiano idea». La frase più cretina del mondo. Anche se sta con Jennifer Lopez può tradirla con una cozza. Non si comporta così perché ha una grande opinione di sé ma proprio perché è superficiale. Stare con un Gemelli è un supplizio che vi farà guadagnare il paradiso. È curioso come una capra. Vede tutti i film prima che escano. Sa, con almeno un mese di anticipo, che il protagonista di una telenovela morirà. Ma le sue curiosità durano pochissimo. Perché il Gemelli è fondamentalmente un coglione che se ne frega di quello che succede. Vuole solo dimostrare di essere il più fico di tutti. Il Gemelli è il peggior segno dello zodiaco. Ci sono Gemelli consapevoli che si fanno cambiare la data di nascita esattamente come il commendator Cazzone si è fatto cambiare il cognome. Nessuno è mai riuscito a capire le ragioni della sua più profonda idiosincrasia: i traslochi. Il Gemelli non sopporta l’idea di cambiare casa, di impacchettare i libri, di riempire gli scatoloni, di far scendere gli armadi dalle finestre. Odia le spiegazioni, forse perché a forza di dire bugie non conosce più la verità. Perciò dice sempre: «Ne parliamo domani». Sembra che fosse un Gemelli il primo uomo che beccato nudo a letto con l’amante nuda mentre si esibiva in una sei giorni di sesso selvaggio, disse la celebre frase: «Cara non è come sembra». Il Gemelli giocherella, corteggia, cincischia, cazzeggia. Non si impegna. Odia i programmi. Se lei dice «Che facciamo questo week end?», il Gemelli scappa e torna lunedì. Il tempo libero lo intende proprio alla lettera. È un cacadubbi. Prima di prendere una decisione vuole sperimentare tutto. Esce con la racchetta da tennis ma va a giocare a pallone. Parte per le Maldive ma arriva a Rimini. Anche quando dice: «Deciso» è molto probabile che cambi idea. Ama vacanze da intellettuale, divertenti, mai fermi un giorno. Musei, rovine, mostre, catacombe, concerti, templi, mercatini etnici, città d’arte. Unico pregio: non è noioso, è un grande parlatore e racconta storie che risultano tutte inventate anche al primo superficiale controllo. A letto si presenta sempre con un libro erotico. Mai con videocassette porno (secondo il Gemelli sono roba da macellai). Il Gemelli lo fa strano. O in luoghi strani. Non nella vecchia Fiat 500 dove amano farlo tutti gli ex sessantottini, o sul tavolo da cucina, come è tipico di tutti i cinefili. E nemmeno sull’ascensore in movimento, cosa possibile solo in un ascensore di Manhattan (e comunque sempre di sveltina si tratta). Se trovate una coppia che sta fornicando, come solo i ricci sanno fare, sotto il palco di un comizio mentre sta parlando Giovanardi, avvicinatevi e senza imbarazzo chiedete: «Gemelli?». Lui, sicuramente, vi risponderà: «Come hai fatto a indovinare?». A questo punto, però, non andate a dirlo a Giovanardi. È giusto in ogni caso che sappiate che al Gemelli farlo strano e in luogo strano non piace più di tanto. Lo fa solo per raccontarlo agli amici. Molto vicino alla bisessualità, il Gemelli è molto tentato non dai gay ma dai machi. Quando va a letto la sera si arrovella nel dubbio: «Se prima o poi tutti lo fanno, perché non farlo subito?» Il Gemelli è un pensatore intelligente e veloce. Dal prossimo vuole molto ma non è disposto a dare niente. Traduzione: è un avarissimo figlio di puttana.