dal Manifesto
Scott Ritter non è proprio un «No-Global»: eroe dei marines, patriota americano che ha votato repubblicano, ha lavorato nell’intelligence durante la guerra del Golfo. Ha poi trascorso sette anni in Iraq come ispettore Onu a scovare e distruggere armi di distruzione di massa. Oggi la sua posizione è altrettanto chiara, come ha scritto nel suo libro-intervista «Guerra all’Iraq» (Fazi ed.): è contro la nuova guerra americana e smentisce, dati alla mano, il presunto armamento iracheno denunciato dalla Casa bianca. In questi giorni è stato invitato a Roma – dove domenica lo abbiamo intervistato – dal Consorzio italiano di Solidarietà (Ics).
Lei ha criticato duramente la risoluzione 1441, definendola una «dichiarazione di guerra». Può spiegare la sua posizione?
La risoluzione presenta uno scadenzario dei tempi artificioso, che appare dettato non tanto dal reale obiettivo di ripristinare le ispezioni e ottenere il disarmo, ma dalle esigenze militari degli Stati uniti. Gli addetti ai lavori lo sanno perfettamente. Ma nessuno ha fatto alcunché per evitarlo. Inoltre, nella risoluzione ci sono almeno due elementi che potranno costituire altrettanti pretesti per l’intervento. Innanzitutto, nel paragrafo 4 si dice che ogni omissione da parte dell’Iraq costituisce una violazione della risoluzione. Ma il testo non specifica chi debba determinare tali omissioni. Nel paragrafo 8 si dice poi che l’Iraq non deve commettere o minacciare atti ostili contro rappresentanti dell’Onu o di qualunque stato membro. Il che fornisce agli Stati uniti l’opportunità di dire che, quando l’Iraq difende il proprio spazio aereo dalle incursioni anglo-americane nelle cosiddette no fly zones, viola la risoluzione.
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