Oggi il nome di Paolo Mieli, una volta direttore del “Corriere della Sera” ed oggi direttore editoriale della Rcs, è apparso su tutti i giornali: è stato interrogato dal tribunale di Cles perché raccontasse come andò la vicenda dell’avviso di garanzia recapitato a Silvio Berlusconi mentre era in corso un importante vertice sulla criminalità internazionale a Napoli. Paolo Mieli, naturalmente, non ha detto il nome di chi dette al Corriere l’informazione. Anzi, ha addirittura detto di non conoscere le fonti e di essersi ciecamente fidato dei suoi giornalisti convinto com’era che avessero fatto tutti i necessari controlli. C’è tanta dietrologia dietro a questo avvenimento. E l’entourage del premier continua a sostenere che si tratta di un colpo basso della Procura della Repubblica di Milano che dette la notizia prima ai giornali che all’indagato stesso. Non si capisce che cosa sarebbe cambiato se il Corriere della Sera non avesse dato la notizia quella mattina e l’avesse data il giorno dopo. Ma Berlusconi – facendo torto alla stroia – non perde occasione per ripetere che quell’avviso di garanzia fece cadere il suo governo. E dimentica di dire che il suo governo cadde per colpa di Bossi che gli ritirò il suo appoggio per ben altri motivi. Ma tant’è…a forza di ripetere, anche ciò che non è vero diventa realtà. Mentre la verità è che la procura si guardò bene dall’anticipare la notizia al “Corriere della Sera” . La verità è la storia di un paio di giornalisti veramente molto bravi e – incredibile – anche la storia che sa vagamente di amore e di sentimenti. Una storia che tutti i giornalisti sanno e che nessuno racconta ufficialmente. E così si continua a sostenere la falsità di una procura che passa le notizie in anteprima al “Corriere della Sera”.I nomi di Paolo Mieli e di Silvio Berlusconi si incrociano un’altra volta oggi sulla stampa. Nella rubrica delle lettere del “Corriere della Sera”, rispondendo a un lettore che difendeva il premier dagli attacchi della stampa europea sostenendo che questi continui attacchi potrebbero produrre un effetto contrario nei cittadini europei, esattamente come è avvenuto in Italia, Mieli inaspettatamente dà torto al lettore. “Se devo essere sincero”, scrive Mieli, “ non penso che in Europa (o nel mondo) si ripeterà quello che è accaduto in Italia. No, proprio no. Silvio Berlusconi aveva promesso di avviare a soluzione la questione del conflitto di interesse nei primi cento giorni del suo governo. Bene (?): di giorni ne sono trascorsi duecento e non s’è visto niente”.Mieli, uomo prudente e tutt’altro che incauto, incalza e racconta che perfino Edward Luttwak “intellettuale della superdestra americana”, parlando con Furio Colombo, direttore dell’Unità, ha criticato Berlusconi. Mieli riporta parola per parola il pensiero di Luttwak: “Ormai avete un problema grosso come una casa che si vede da lontano…Il fatto è che Berlusconi – il quale cura i suoi affari mentre è al governo, e non si separa dalle sue proprietà pur dovendo fare leggi su quasi tutti i settori in cui opera – non si accorge di violare i punti più sacri del capitalismo…Questa commistione (sacrilega per il capitalismo) fra un alto personaggio politico e i suoi estesissimi affari personali è come una metastasi che preoccupa di più, all’estero, perché nessun italiano sembra volersene occupare…Fate male, il vostro Paese appare infido perfino quand’è un buon alleato”.Ecco: Luttwak, definito da Mieli “Uomo molto intelligente al cui confronto Gorge W. Bush è da considerarsi alla stregua di un discepolo di Lenin”, uomo che non ha nessuna simpatia per i comunisti e nemmeno per i magistrati, sistema così Berlusconi. E alla fine Mieli si domanda: “Andando avanti così non saranno gli umori italiani ad adeguarsi a quelli dei Paesi stranieri?”
Claudio Sabelli Fioretti49. segue
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