da Giuseppe Merola
C’è un aspetto delle primarie che è quasi totalmente estraneo al modo prevalente di pensare nel nostro Paese. Ritengo che esse si possano definire come il confronto tra diversi candidati che intendano rappresentare una forza politica (ma che scoperta, ovvio). Segue. Il risultato è che chi vince definisce il suo programma, forma la sua squadra, va al voto e, se vince, tutti coloro della sua forza politica che non hanno vinto lo appoggiano senza condizione (e questo nella nostra cultura non è ovvio affatto, anzi da questo momento inizia il suicidio della Parte politica). Negli USA tra Kerry e Dean, considerando la Politica americana, c’erano differenze così vistose che quelle tra Prodi e Bertinotti fanno ridere. Tutte le perplessità, le domande degli ascoltatori, le opinioni che leggo non sono ancora all’interno di questo modo di porsi. Ci vorrà del tempo, qualche tornata elettorale sia per affinare lo strumento della consultazione che per accettare di perdere e riconoscersi nel vincitore. Lo strumento però ha in sé un legame significativo tra elettori e rappresentanti che non è il caso di buttare, prematuramente, alle ortiche.
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