(grazie a Luca Bolza, Ivrea)
Da L’Unità del 22.08.2005
Diario di una cameriera, a villa Certosa. L’ha pubblicato il “Giornale di Sardegna” venerdì scorso, e ne esce un curioso ritratto del premier in pantofole. Anzi, senza pantofole. Scrive il giornale, a cui finora non è giunta nessuna smentita: «La prima colazione con il ciambellone, l’ossessione dell’ordine, il benvenuto con la barzelletta raccontata in milanese stretto e un curioso rito: “Quando il dottore arrivava veniva a salutarci una per una in cucina. E per ciascuna di noi c’era uno sculaccione: nulla di sconcio o volgare, per lui era una sorta di gesto scaramantico, beneaugurante». Il dottore è lui, il Cavaliere, il presidente del Consiglio dei ministri, Silvio Berlusconi. E chi parla è una signora della Gallura, il cui nome è taciuto, che ha lavorato come cameriera nella villa di Porto Rotondo per alcuni anni, a partire dal 1999. «Dai suoi ricordi – scrive il quotidiano sardo – emerge un profilo insolito, familiare del presidente del Consiglio e della moglie Veronica Lario, ritratti nell’intimità della magione in riva almare di Punta Lada. Un Berlusconi sempre cordiale, accentratore al punto da seguire in prima persona anche lavori di poco conto nella proprietà, letteralmente adorato dai cortigiani della Certosa». Già, perché la testimone non solo non è reticente, ma persino benevola, nonostante gli sculaccioni: «Sa farsi volere bene – dice – già dal primo momento. Quando arrivava per le vacanze, ci incontrava tutte in cucina. Prima la barzelletta in dialetto, ma la capiva solo lui e infatti nessuna di noi rideva. Poi lo sculaccione. Io arrivavo a lavorare alle otto ma lui era già in piedi da un pezzo, diceva sempre che non poteva permettersi di dormire troppo. Faceva colazione abbuffandosi con un ciambellone preparato da una pasticceria di Arzachena, poi usciva con i collaboratori a fare footing nel parco della villa». Al fisico tiene: «Passa ore nella sauna e a farsi massaggiare, ha sempre un sacco di creme e unguenti attorno. E al minimo dolorino, convoca subito Vito Frau, il dottore di fiducia». Preciso, pignolo ma, per la signora, sono peccati veniali: proprio come i beneaguranti sculaccioni. «Una sera mi ricordo che a cena c’era Emilio Fede – prosegue la testimone – e quando il dottore è arrivato, ha iniziato a fissare con fastidio la mise en place. Secondo lui la riga della tovaglia non era perfettamente nel mezzo, ha voluto che si levasse tutto e si apparecchiasse di nuovo». E ancora: «In ogni stanza della Certosa ci sono un telefono e un paio di occhiali, una persona è incaricata di levare la polvere del cerone rimasta sulla cornetta quando lui parla: non la regge». Idiosincrasie da ricchi. Che male c’è? Tanto più che «era sempre gentile ed educato, anche quando intuivi il suo fastidio. Ad esempio, lo irritava il fatto che nel viale d’ingresso si depositassero le foglie cadute daglialberi, le faceva levare subito. Gli piacciono gli oggetti in marmo, sa dove sono dislocati tutti quelli che ci sono nella villa e li sposta di persona se qualcuno non è al suo posto». Si abbuffa di ciambellone a colazione, ma a tavola è parco, più attento alla presentazione dei cibi che ai sapori: «Detesta aglio e cipolla, non ama le pietanze troppo saporite anche perché è sempre a dieta, ma adora il cioccolato e il gelato al pistacchio. Pranza sempre all’aperto, in tavoli ovali, sentivamo Apicella suonare mentre luimangiava. Le cene erano trionfi di buffet e composizioni floreali, bada molto all’immagine». E il vino? Lo beve nel calice personale: «Vetro di Murano e base in oro zecchino. Glielo portava Giuseppe, il cameriere di fiducia, su un vassoio, lui diceva che da quello il vino si gusta meglio».
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