di Matteo Tassinari (10 gennaio 2005 – Mucchio Selvaggio)
Il suo ultimo disco s’intitolava “Anime Salve” e lui le conosceva perché anche lui lo era. Anzi, lo è. Aveva un viso bellissimo, Fabrizio, quello di una persona capace di vivere intensamente il dolore altrui. Domani sono passati sei anni da quando lo piansi perché mia madre mi disse che al tg avevano detto della morte di De Andrè. La vita mi aveva fatto il dono di intervistarlo tre volte (Forlì, Riccione e Rimini) e la beffa di essere invitato a casa sua e non esserci andato. Con Enrica, infatti, ebbe la disponibilità di chiederci se volessimo passare una decina di giorni a Tempio Pausania in Sardegna dove viveva con Dori. A noi non ci sembrava vero e ovviamente accettammo. Poi, per le solite ragioni di cui non si conosce la ragione, non ci andammo. Oggi il rammarico è davvero tanto. Parlammo liberamente quella sera e l’intervista si trasformò in un bellissimo scambio di parole, in quel post concerto notturno nel back-stage. Poi passarono alcuni mesi e nel silenzio Fabrizio era in ospedale ricoverato. Era un lunedì e per un attimo il tempo, per un periodo imprecisato, si è arrestato su quella voce e su come scolpiva con le parole l’anima di chi le ascoltava. Nato ricco, da una famiglia molto conosciuta a Genova (suo padre era amministratore dell’Eridania) quindi di estrazione medio-borghese per passare la vita intera a denunciarne le ipocrisie di quel vivere a lui troppo stretto e poco incline alla misericordia umana. Un magnifico borghese che tradì le sue origini sociali per cantare in chiave trobadorica medievale di prostitute, disertori di guerra, amici fragili, barboni, indiani uccisi da un “generale di 20 anni con occhi turchini e giacca uguale e figlio del temporale”. Un artista che ha sempre avuto la percezione netta che il mondo era ingiusto e ottuso e per questo ci commuoveva quando metteva in parole e musica “La buona novella” o “La guerra di Piero”. Quando in quella quartina il soldato sceglieva di morire piuttosto che uccidere: “E se gli sparo in fronte o nel cuore\soltanto il tempo avrà per morire\ma il tempo a me resterà per vedere\vedere gli occhi di un uomo che muore\. Non mancano certo gli esempi per dimostrare perché Fabrizio De Andrè è il più poeta dei cantautori. Ma non solo quelli italiani, anche quelli americani come Bob Dylan o Leonard Coehn (canadese) o Georges Brassens (francese). Dov’è arrivato lui, gli altri non ci arriveranno mai. Nessun altro autore ha saputo cantare così civilmente l’odio per l’inciviltà del nostro tempo, il cinismo e l’indifferenza che hanno invaso questo mondo. Detestava le maggioranze (come non capirlo) e le loro capacità di fagocitare i sentimenti per poi anestetizzarli. Amava la notte (come non capirlo) e in lei ci si perdeva lavorando, scrivendo, bevendo, fumando, lavorando, incidendo, per poi svegliarsi alle quattro del pomeriggio. Quelle poche volte che ho avuto occasione d’incontrarlo mi ha sempre colpito come con le sue parole mi spiazzava, mi metteva in condizione di non riuscire a replicare ad ogni sua affermazione. La verità umana è cangiante. E questa sua lucida cognizione della ferocia dei vincitori, piuttosto che ispirargli rabbia e impotenza accendeva la sua forza narrativa e dilatava la sua dolcezza. Trovò la forza di cantare l’esperienza del sequestro vissuta con sua moglie Dori, percependo la debolezza finale dei suoi aguzzini e, per questo motivo, perdonandoli. L’ascolto di quelle ballate, di quei versi, di quella voce così profonda e tersa, è la grande compagnia che ci ha lasciato. Per ora. E su questo terra.
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