da Piero Lint
Tg 5 ore 8 – quello lungo e articolato. Lezione di stile e classe. 1. non una parola sulla sospensione del processo Imi-Sir: il Cavaliere, sobrio e modesto, non ama sbandierare i propri trionfi. 2. Non una parola sul tonfo di Heider in Austria. E’ già il giorno dopo e affondare il coltello nella piaga sarebbe poco signorile nei confronti dell’amico e alleato Umberto. Salto su Rete 4 e trovo un signore che sta facendo la rassegna stampa (stringata, invero). Quando arriva ai quotidiani di partito (lo dice lui), cita Liberazione, ma …quei cani dell’edicola han lasciato fuori dalla mazzetta proprio il Manifesto e l’Unità! Fortuna non è rimasto fuori il Riformista.
da Primo Casalini, Monza
Macaluso la racconta giusta, ma non la racconta tutta. Anzitutto, la smetta il Riformista di tirar fuori che Moretti è un cinematografaro e consimili frescacce per boccaloni e invidie da sfigati. Ha smesso persino il Foglio… Moretti è un uomo che svolge il suo lavoro di regista e di attore. Reagan era un attore di seconda schiera, eppure è stato governatore della California e presidente degli Stati Uniti. Moretti va giudicato per gli argomenti che porta e per il modo con cui li rende efficaci, oltre che per l’impegno personale che ci dedica da parecchio tempo. Non smetterà, ma non per lucrare candidature, posti etc, ma perché è convinto che è bene stare col fiato sul collo ai nostri eletti.
da Walter Lanaro
L’Italia è sotto l’acqua. Morti, feriti, dispersi, paesi abbandonati. Il solito triste bilancio per catastrofi naturali, come quella che sta avvolgendo tutto il Nord Italia in questi giorni. Catastrofi che se non possono essere fermate dalla sola forza umana, certo possono essere ridotte nella loro intensità distruttiva. Non voglio fare la solita critica demagogica, troppo facile in questi casi, ma porre solo due domande alla politica e a tutti gli amministratori dei paesi inondati: è stata seguita scrupolosamente la normativa sull’ambiente? E’stato fatto tutto il possibile per prevenire questa catastrofe? Io credo che la rispostasia negativa nella maggior parte dei casi!
dal Manifesto
Scott Ritter non è proprio un «No-Global»: eroe dei marines, patriota americano che ha votato repubblicano, ha lavorato nell’intelligence durante la guerra del Golfo. Ha poi trascorso sette anni in Iraq come ispettore Onu a scovare e distruggere armi di distruzione di massa. Oggi la sua posizione è altrettanto chiara, come ha scritto nel suo libro-intervista «Guerra all’Iraq» (Fazi ed.): è contro la nuova guerra americana e smentisce, dati alla mano, il presunto armamento iracheno denunciato dalla Casa bianca. In questi giorni è stato invitato a Roma – dove domenica lo abbiamo intervistato – dal Consorzio italiano di Solidarietà (Ics).
Lei ha criticato duramente la risoluzione 1441, definendola una «dichiarazione di guerra». Può spiegare la sua posizione?
La risoluzione presenta uno scadenzario dei tempi artificioso, che appare dettato non tanto dal reale obiettivo di ripristinare le ispezioni e ottenere il disarmo, ma dalle esigenze militari degli Stati uniti. Gli addetti ai lavori lo sanno perfettamente. Ma nessuno ha fatto alcunché per evitarlo. Inoltre, nella risoluzione ci sono almeno due elementi che potranno costituire altrettanti pretesti per l’intervento. Innanzitutto, nel paragrafo 4 si dice che ogni omissione da parte dell’Iraq costituisce una violazione della risoluzione. Ma il testo non specifica chi debba determinare tali omissioni. Nel paragrafo 8 si dice poi che l’Iraq non deve commettere o minacciare atti ostili contro rappresentanti dell’Onu o di qualunque stato membro. Il che fornisce agli Stati uniti l’opportunità di dire che, quando l’Iraq difende il proprio spazio aereo dalle incursioni anglo-americane nelle cosiddette no fly zones, viola la risoluzione.
Segue su Documenti
E’ polemica fra il Riformista e l’Unità. Riporto prima l’articolo pubblicato su Dagospia e poi quello sul Barbiere della Sera.
DAGOSPIAAntonio Polito: “Sono soddisfatto, il giornale va bene, è presente e si fa sentire nel dibattito politico, è citato, letto e ascoltato”Soddisfatto.“Eccome se sono soddisfatto. Il giornale va bene, è presente e si fa sentire nel dibattito politico, è citato, letto e ascoltato. Lavoriamo per rompere i tabù più radicati e vetusti della sinistra.Abbiamo spazio in un pubblico di sentimenti riformisti, gente che ha voglia di partecipare. Gente comune. Non siamo solo un giornale di mazzette. Non solo per quelli che mangiano pane e politica, dal consigliere comunale in su”.Questo è il Riformista secondo il suo direttore Antonio Polito che chiacchierando con il Barbiere della Sera ha commentato i primi giorni di vita del quotidiano. Polito intravvede un futuro rosa per la sua testata arancione.La tabella di marcia del Riformista prevede tre anni di naja e di venduto tra le 5.000 copie (il primo anno) e le 7.000 (il terzo anno). Con il quarto anno di vita arriveranno anche le provvidenze per l’editoria previste per le aziende editrici in forma cooperativa. E si respirerà meglio anche sul piano amministrativo.D’accordo, ma quando vende veramente Il Riformista?Il Barbiere della Sera si è procurato un tabulato della distribuzione relativa alla settimana tra lunedì 28 Ottobre e sabato 2 Novembre su 16 piazze campione: Brescia, Paderno (Milano), Venezia, Padova, Pordenone, Monferrato, Bologna, Reggio Emilia, Rimini, Ancona, Perugia, Terni, Firenze, Napoli, Bari, Roma.Dall’esame di queste piazze campione si ricava che la percentuale di venduto effettivo a fronte del numero di copie distribuite è mediamente, nella settimana, del 16 per cento, con conseguente reso dell’84 per cento.Se il lunedì 28 ottobre, su queste piazze campione, il Riformista aveva distribuito 23.650 copie (vendendone 3.868), alla fine della settimana, sabato 2 Novembre, la quantità di copie distribuite è scesa a 18.340 (venduto 2.369).Non sembrerebbero cifre particolarmente entusiasmanti per un giornale ancora nella fase di lancio. Ma naturalmente, ad oggi la distribuzione sarà stata raffinata, la tiratura ridimensionata e quindi le percentuali migliorate.“Negli ultimi giorni la tiratura complessiva si è assestata sulle 65 mila copie che vengono distribuite su 29 mila edicole”, dice Polito che poi passa la palla agli uffici che si occupano della diffusione, ovvero a Raffaele Fratangelo. Il quale spiega che, tabulati alla mano, Il Riformista, vende intorno alle 12 mila copie giornaliere.Be’, se fosse così sarebbe davvero un successone. Perfino Il Foglio di Giuliano Ferrara, che è in pista da un bel po’, dovrebbe arrossire. Naturalmente si può fare una legittima tara sulle affermazioni di Fratangelo. Non si chiede all’oste se il vino è buono.Quindi bisogna far da soli. Se, per esempio, venerdì 1 Novembre, come risulta al Barbiere, Il Riformista ha venduto su 16 piazze campione 2.758 copie, e se normalmente come dicono in via della Scrofa, il giornale vende 12.000 copie, ce ne sono almeno 9.242 che mancano all’appello e che dunque dovrebbero arrivare dalle altre piazze italiane.Ci sembrano un po’ tantine.Forse sarebbe più vicino alla realtà un numero ottenuto moltiplicando per 2 il venduto delle 16 piazze campione. Se facciamo sempre riferimento a venerdì 1 Novembre il risultato della moltiplicazione sarebbe 5.516 copie. Un discreto risultato, in linea con i programmi, ma comunque lontanuccio dalle 12 mila dichiarate.
BARBIERE DELLA SERADovevano essere “vivaci conversazioni”, ovvero un franco scambio di opinioni politiche: da un lato la sinistra antagonista e girotondina che riempie le piazze, dall’altro la sinistra ragionevole e riformista che non dice solo “no”. E’ durata appena un mese la pace armata tra l’Unità di Furio Colombo e il Riformista di Antonio Polito.Ricapitoliamo. Dal Riformista di mercoledì 23 ottobre, primo giorno in edicola: “Caro Polito, l’arrivo di un nuovo giornale è sempre una buona notizia. L’arrivo del Riformista promette conversazioni vivaci. Auguri”. Firmato: Furio Colombo, Antonio Padellaro”. Lo stesso giorno usciva sul quotidiano di via Due Macelli un ampio e beneaugurante servizio di Piero Sansonetti, per la serie: “Siamo diversi, ma lunga vita al Riformista”.Inutile dire che il gentlemen agreement, messo a dura prova dalle frequenti rasoiate del Riformista ai vaniloqui di Gianni Vattimo sul caso Sofri, non ha retto alla distanza. Dall’Unità di lunedì 25 novembre, in fondo a un articolo sulla Rai di Natalia Lombardo: “Così, tanto per tenersi buoni gli amici imprenditori di sinistra, Saccà fa un’acuta scelta aziendale: chi paga la Sipra per la pubblicità Rai sui quotidiani? Il Riformista, mezza pagina ripetuta nella settimana, su un foglio da cinquemila copie (forse). ‘Di tutto. Thank you’, recita lo spot di carta. E, per carità, non manchi il Riformista nelle mazzette, così com’è salito in un batter d’occhio alla ribalta delle rassegne stampa in tv”.Botte da orbi, insomma. Alla politica del silenzio nei confronti del Riformista, imposta in redazione da Colombo, s’è sostituita la politica delle randellate. Il passo citato è malizioso (o malevolo) tre volte: si ironizza sulle vendite dell’appena nato Riformista, dimenticando quel che soffrì la storica Unità all’epoca della sua abissale crisi; si attacca Claudio Velardi, editore del Riformista ed ex braccio destro di D’Alema a Palazzo Chigi, dipingendolo come “un imprenditore di sinistra” dagli ambigui rapporti con Saccà; si ipotizzano chissà quali manovre dietro le apparizioni del Riformista nelle rassegne stampa della notte in tv.Risultato: solo il Giornale di Belpietro, osservando da destra la disfida a sinistra, ha difeso il giornale di Polito. Nella sua quotidiana rubrica “L’uovo di Colombo”, intitolata ieri “Affondate il Riformista”, Giorgio Gandola così commenta il passo polemico dell’Unità: “A parte l’invidia poco elegante; a parte quel ‘forse’ che lascia intuire un distratto disprezzo nei confronti dei colleghi; a parte il malcelato odio per il riformismo dalemiano, è singolare che Furio Colombo si faccia baluardo contro tutte le intolleranze, tranne quelle di casa sua. Ma forse domenica invece di fare il giornale – chioserebbe Fortebraccio – il direttore ha santificato la festa facendosi uno shampoo”.
da Giselda Papitto, Roma
Grazie Giorgio per aver risposto alla mia indignazione. Uno. Sì, ho guardato Sciuscià e non paragono la cacca con la cioccolata. Sciuscià era una onesta trasmissione di buon giornalismo, talora deliberatamente, manifestamente, solidamente faziosa. Dunque onesta. Due. Nella fretta del dire ho detto male. Penso che la bellezza sia un gran bel dono di cui compiacersi, in sé e per i vantaggi che, solitamente, apporta. Non da mettere a concorso. I facinorosi non c’entrano e neppure B. Laden e tutto il resto che ha citato e sottinteso. Francamente non capisco. Ma, si sa, io so’ de coccio.
dal Riformista
Segni misteriosi nei quartieri delle città americane danno i codici segreti per accedere alle libertà del «wi-fi». Nonostante la stagnazione del mercato globale, i calcoli fatti da scienziati e ingegneri sullo sviluppo di Internet continuano a mostrare forti incrementi di traffico sui backbone internazionali, di crescita delle pagine Web e di aumento del numero di accessi alla Rete.Gli esperti sono convinti di trovarsi di fronte ad una nuova tumultuosa onda di innovazioni tecnologiche, nelle radiocomunicazioni, nell’ottica e nel pervasive computing, che consentirà lo sviluppo di nuovi servizi e applicazioni Internet based per le imprese e per i consumatori.Recentemente è emersa con prepotenza la potenzialità dell’accesso a larga banda senza fili, attraverso la tecnologia radio detta wireless Lan. Già da tempo, in molte aziende, le reti locali di computer (Lan, Local Area Network) sono state sostituite da sistemi senza fili e sono diventate wireless Lan.Chi usa il computer portatile può così spostarsi da un ufficio all’altro e lavorare collegato a Internet più o meno alla stessa velocità della linea locale fissa. Ma da due anni c’è la possibilità di connettersi alla Rete – sempre senza fili – anche al di fuori della propria azienda: negli aeroporti, negli alberghi, nelle stazioni ferroviarie, e così via. E questo grazie a un’intesa tra i costruttori di computer stipulata nel maggio del 2000 con il marchio di Wi-Fi (Wireless Fidelity, fedeltà senza fili) e che sancisce “l’interoperabilità” tra i diversi elementi di rete forniti dai vari costruttori.Wi-Fi permette un accesso a Internet con un’altissima qualità di downloading e opera su una banda di frequenza radio a 2,4 gigahertz, chiamata Ism che è impiegabile in modo condiviso da più operatori, senza necessità di licenza. Il fatto che la banda sia senza licenza e che la rete costi poco fa sì che l’accesso a larga banda a Internet avvenga a costi molto bassi.Wi-Fi è un’innovazione che può avere un’impatto devastante – disruptive, come dicono gli esperti americani – sulle modalità di accesso alla Rete. Oggi infatti si parla della ricca clientela d’affari, ma domani un Wi-Fi diffuso potrebbe diventare per tutti i consumatori un vero e proprio network alternativo a quello delle grandi reti di telefonia fissa e mobile. E già la diffusione di Wi-Fi sul mercato americano e europeo si annuncia accompagnata dal fenomeno del «warchalking» (letteralmente: «guerra dei gessetti») che si sta diffondendo nel mondo alla velocità di Internet.Approfittando di un punto debole delle caratteristiche delle reti Wi-Fi, un «warchalker» si può infilare nella Rete col suo portatile, scoprirne le caratteristiche e riportarle col gesso, sul muro o per terra, con un simbolo che servirà ad altri per connettersi in qualsiasi momento.Infatti, i trasmettitori radio Wi-Fi irradiano il segnale per un raggio di circa cento metri che si estende anche al di fuori degli edifici.Lo standard più diffuso di Wi-Fi (Ieee 802.11b) non offre grandi barriere di sicurezza, se non associandogli dei sistemi di autenticazione degli accessi e di cifratura dei dati che sono ancora poco diffusi. Il «warchalking» è una attività praticata da appassionati del web, motivati sia dal puro desiderio di sfida, sia da un ideale di Internet come luogo di libertà, eguaglianza e gratuità.Il «warchalking» consiste quindi nel marcare il territorio con dei graffiti in gesso. Due semicerchi contrapposti indicano un nodo Wi-Fi con accesso aperto: il simbolo è corredato di annotazioni sulla password da utilizzare, sul tipo di standard impiegato e sulla velocità di download disponibile.Da qualche mese l’attività del “movimento” è supportata da un sito Web – www.warchalking.org – che raccoglie il forum degli adepti, e riporta informazioni, segnalazioni e notizie legali sulla liceità degli scopi del movimento. L’acronimo War è stato recentemente tradotto in Wireless access revolution, ovvero «la rivoluzione dell’accesso senza fili».Il «warchalking» è tuttavia contemporaneamente utilizzato anche dagli stessi possessori legali di reti locali Wi-Fi. Negli Stati Uniti ci sono università, negozi, aziende, che stampano gli stessi simboli su biglietti e cartelli per indicare la presenza e il tipo di connessione che mettono a disposizione degli utenti; inoltre, in alcuni quartieri metropolitani ci sono dei privati che offrono l’accesso gratuito ai loro nodi.Il paragone che viene subito in mente è quello della diffusione delle applicazioni software di tipo «peer-to-peer» (da pari-a-pari) nella Rete, quali Napster e Kazaa, e del loro sconvolgente effetto sul business della discografia mondiale. Quale sarà l’effetto di Wi-Fi e del «warchalking» sui modelli di business per l’accesso a larga banda a Internet?
da Valeria Garabello
“La riforma della giustizia è che appena tentano di condannare o arrestare qualcuno si fa una legge per impedirlo. E’ una situazione curiosa, ma dobbiamo prenderne atto”. Indipendentemente da chi l’abbia detto (chi l’ha detto?), vogliamo parlare della gravità di una affermazione del genere? Od ormai non ci si stupisce più di nulla e si è tutti mitridatizzati e lobotomizzati nel cervello?
da Gigi Forzese
E cosi’ Benigni ha sbancato ancora una volta i botteghini con 25milioni incassati. Assodato che il film e’ bello, fatto bene e con tutti gli effetti speciali precisi che ci vogliono per impressionare quei babbioni di americani per farci dare l’Oscar, vorrei additare al pubblico ludibrio l’autore del libro, tale Collodi evidentemente precursore della mitica Oriana.Ma voi ricordavate il terrorismo psicologico di cui e’ intriso il libro da cui e’ tratto fedelmente il film? Una sola idea fissa: se non ubbidisci alle convenzioni sociali su di te cadra’ la maledizione delle peggiori tragedie dell’universo.L’intento pedagogico di inculcare il terrore nei lettori-bambini dell’800 che solo si fossero sognati di fare gli “irregolari” ci perseguita per tutto il film.Si puo’ tranquillamente pensare che se date da leggere Pinocchio a un pacifico no-global fiorentino questo lo trasformera’ seduta stante in un terribile black block sfasciavetrine di librerie ! Il Benigni attore e’ stato grande riuscendo a annullarsi totalmente nel burattino,ma il Benigni intellettuale in una delle tante Mollicate dovrebbe dire chiaramente cosa pensa di quel tipo di perbenismo ottocentesco anche per fugare certi sospetti di conformismo gia’ insinuati da Ferrara qualche tempo fa.
da Giorgio Goldoni
Le critiche ad Excalibur sono fondate, ma Lei ha mai guardato Sciuscià?
Perchè una ragazza giovane e piacente non potrebbe voler essere Miss di qualcosa? E perchè una minoranza di facinorosi deve decidere per lei quello che deve dire e fare?Trovo sinistro e tragicomico che alla riunione di Firenze dei no-global ci fossero donne che ineggiavano a Bin Laden: tanto varrebbe ineggiare alla infibulazione, alla bigamia,ecc.ecc.